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IL BISSO

Il bisso è una sorta di seta naturale marina ottenuta da un filamento che secernono alcuni molluschi (pinna nobilis) la cui lavorazione era sviluppata nell'area mediterranea. Dal bisso si ricavavano pregiati e costosi tessuti con i quali si confezionavano, nell'antichità, gli abiti dei personaggi importanti.

Oggi la pinna nobilis, mollusco di grosse proporzioni che può arrivare a un metro di lunghezza, è considerata a rischio estinzione, a causa della pesca indiscriminata, dell'inquinamento e della diminuzione delle aree dove cresce. La produzione di vero bisso è quindi inesistente, probabilmente l'ultimo maestro che conserva le conoscenze per ricavare e trattare questo materiale è Chiara Vigo dell'Isola di Sant'Antioco in Sardegna.

Il bisso inoltre aveva spiccate proprietà terapeutiche ben conosciute dai pescatori in quanto grazie alla sua potente proprietà emostatica era usato per la medicazione delle ferite che i pescatori frequentemente si procuravano con gli arnesi da pesca.

Oggi il termine "bisso" indica tessuti molto leggeri e trasparenti, ad armatura tela, in cotone o lino, adatti al ricamo

 

basilica di Sant'Antioco

catacombe

Nel centro storico del paese, dalla Basilica di Sant’Antioco, edificata nel 1102 su una chiesa paleocristiana, si può accedere alle catacombe cristiane. Gli ipogei, quasi tutti di riutilizzo, furono scavati in epoca fenicio-punica e poi riadattati in epoca romana e successivamente paleocristiana. Tra la fine del II secolo ed i primi del III, fu inviato a Sulci un nucleo di popolazione di stirpe ebraica come testimoniano alcune tracce di affreschi ed iscrizioni nei cubicola sottostanti la chiesa; ma certamente la comunità più diffusa dovette essere quella cristiana, qui documentata a partire dal III secolo.

Secondo la tradizione, in questi luoghi si rifugiò e morì il martire Antioco prima di essere arrestato. Nella cosiddetta "camera del santo", dove si narra che il martire pregò prima di morire, fu eretta la primitiva basilica cristiana adornata di colonne, iscrizioni e decorazioni marmoree.

Le catacombe di Sulci, rappresentano una delle più significative testimonianze di archeologia cristiana in Sardegna. Queste si possono dividere in due nuclei denominati di "Sant’Antioco" e di "Santa Rosa", madre del santo (accessibili, queste ultime, dalla falsa navata destra della Basilica). Si può ipotizzare che siano state realizzate mettendo in collegamento e modificando antichi ipogei punici. La tipologia delle sepolture è caratterizzata da loculi scavati nelle pareti, arcosoli, fosse pavimentali e cassoni.


 

 

                      
 

Tophet

Poco distante dal Duomo, nella parte più alta del centro abitato, è possibile visitare la necropoli ed il tophet punico (santuario a cielo aperto). Nella necropoli sono visitabili tombe di vario tipo: dalle sepolture dentro anfora alle grandi camere scavate nel tufo con scala d’ingresso.

Proseguendo verso nord si giunge al tophet. L’area in uso dall’VIII secolo a.C. sino al I a.C. si trova su una collina trachitica denominata "Sa Guardia de is Pingiadas" (la guardia delle pentole); qui, infatti, tra spuntoni rocciosi e pini sono visibili numerosissime urne cinerarie con relativo coperchietto (più di 3000), le pingiadas, appunto, a cui si riferisce il toponimo.

Ad esse sono spesso associate delle stele di pietra recanti immagini umane, simboliche o animali, evidentemente connesse ai riti che si svolgevano nell’area. La parte nord del tophet è interessata da una strada, la Via Sacra, parzialmente scavata nella roccia e percorsa in occasione delle cerimonie rituali. L'area archeologica è ancor oggi interessata da campagne di scavo.

IS GRUTTASA(le grotte)

A pochi passi dal tophet (santuario a cielo aperto) si potrà osservare un singolare spaccato di vita passata. Lungo la Via Necropoli si trova la zona detta in dialetto Is Gruttasa, le grotte. Si tratta di quella parte della necropoli punica costituita da numerose tombe ipogee riadattate, in epoca successiva, dalle classi più povere del paese ed utilizzate come abitazione.
 

Abitate sino agli anni Trenta, queste dimore mantenevano l’impianto originario con piccole celle ed un’unica apertura d’ingresso. L’umidità e le condizioni di vita non dovevano, certo, garantire una permanenza confortevole e sana. Tanto più che qui, in una o più celle prive di aerazione, luce e servizi igienici, trovavano dimora interi nuclei familiari.

Oggi, alcune di queste, completamente ristrutturate sono aperte al pubblico. Colpiscono i colori candidi della calce data alle pareti per una disinfezione degli ambienti, gli oggetti quotidiani, gli arredi (sono state ricostruite alcune sale: cucina e camera da letto), manufatti ottenuti dall’intreccio di foglie di palma nana, fotografie d’epoca.

 

 

 

 

 accogliente b e b nell' affascinante isola di Sant'Antioco

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